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Rassegna stampa

I cortili dei palazzi storici di Crema - 5/2010

(Cremona Produce, 05/05/2010)

Prosegue la visita degli associati al Fotoclub Ombriano ai cortili dei palazzi storici di Crema. La prima tappa è al civico 41 di Via Matteotti dove sorge un palazzo fatto costruire dai Benvenuti nel 1710 e rimaneggiato dai Vimercati nel 1861. Dall’ingresso lungo l’antica Contrada di Porta Ripalta l’androne con volta a botte conduce ad un insolito doppio portico con volte a crociera sostenute da colonne binate. Solo la metà verso il corpo principale serve all’accesso, precisamente ad alcuni uffici a sinistra e allo scalone d’onore a destra. Una bella cancellata con antiestetici pannelli plastici divide in due il portico; la parte esterna dà sul cortile adibito a parcheggio della retrostante scuola diocesana. Dal 1991 questo palazzo ospita l’archivio storico della curia cremasca, qui trasferito dal palazzo Vescovile.

Poco oltre, al civico 39, sorge un altro Palazzo Vimercati costruito a partire dal 1685. Il cortile acciottolato è di forma rettangolare (circa 25x10 metri) con i lati lunghi caratterizzati da un motivo architettonico denominato a serliana (dall’ideatore Domenico Serlio); tutte le finestre sono incorniciate, con l’aggiunta di un timpano triangolare che sovrasta quelle del primo piano. I due lati minori sono asimmetrici e le aperture della fronte settentrionale sono tutte tamponate cosicché la balconata con semplice ringhiera che unisce i due lati maggiori è oggi inaccessibile. L’edificio ospita alcuni uffici dell’Amministrazione Provinciale e fondazioni pubbliche.

La visita arriva in Via Cavour per la perlustrazione di Palazzo Benvenuti-Albergoni, oggi Arrigoni. È una residenza ad U costruita a partire dal 1742 che si snoda attorno ad un vasto giardino, un’autentica e quasi inaspettata oasi di pace in pieno centro storico. Da un cortiletto si perviene ad un bel cancello di ferro battuto che consente la veduta d’insieme della fronte principale della residenza, la quale mostra al piano terra un portico a tre fornici con archi mistilinei e coppie di colonne doriche, al piano nobile aperture con balconcini separate da coppie di lesene. L’ingresso centrale del portico dà sullo scalone, uno tra i più belli e monumentali della regione, formato da una rampa centrale che si divide in due salite. Le due ali laterali non sono uguali: quella di sinistra presenta eleganti aperture marcate da lesene, quella di destra è totalmente ricoperta da rampicanti.

Poco distante dal Duomo, con l’ingresso principale su vicolo Marazzi, sorge l’imponente Palazzo Benzoni-Martini, oggi Donati. Alto quasi 17 metri, l’edificio ha forma di U ed è stato costruito in varie fasi a partire dal ‘500 fino ad ottenere nel ‘700 lo stile barocchetto che gli è proprio. A condurci la visita è la proprietaria, Severina Donati, che con molto entusiasmo ci mostra alcuni particolari: una pompa di pescaggio dell’acqua, un mascherone medievale, gli stemmi delle famiglie imparentate con i Benzoni, incastonate nelle colonne che sostenevano il porticato del palazzo originario e ora incorporate nella muratura; c’è tempo anche per una breve visita ad una scala con balaustra di ferro d’epoca settecentesca, sopravvissuta alle requisizioni dell’epoca dell’occupazione tedesca. A destra dell’ingresso osserviamo l’elemento di maggior pregio e autentica rarità architettonica, un doppio arco con capitello pensile che introduce allo scalone monumentale che sale ai piani nobili. Gli ordini degli alzati sono tre: le aperture del piano terra alternano timpani appuntiti ed ovali, quelle del piano nobile sono caratterizzate da timpani triangolari o curvilinei. Il cortile è chiuso da un edificio più basso che un tempo ospitava le scuderie e le carrozze, elevato tuttavia agli inizi del XX secolo.

Gli scatti di questo servizio sono di Simone Barbati, Luigi Bianchetti, Marco Lupo Stanghellini, Alessandro Merico e Marco Mariani.

Errata-corrige: nel precedente numero abbiamo pubblicato una foto di Palazzo Benzoni-Martini, oggi Donati, il quale non era oggetto del servizio: ci scusiamo con la Redazione e con la contessa Severina Donati de' Conti per l'errore commesso.

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